In occasione della Giornata europea delle lingue ci si domanda se il predominio dell’inglese in Europa non vada rivisto, anche in termini economici. Una tassa linguistica per gli anglofoni?
Troppo inglese in Europa
(Foto: zinjixmaggir/flickr)
La giornata europea delle lingue offre un’ottima occasione per richiamare l’attenzione sul problema della giustizia linguistica in Europa. Di cosa si tratta? Nel paesaggio linguistico europeo, in media, l’inglese è la lingua straniera maggiormente conosciuta dai cittadini europei, oltre ad essere anche la lingua straniera più insegnata nelle scuole dei paesi dell’Europa continentale. L’Europa si trova quindi in una situazione in cui una minoranza della popolazione (grosso modo la somma della popolazione di Regno Unito e Irlanda) gode dei benefici derivanti dall’ampliamento del proprio bacino di potenziali partner nella comunicazione senza contribuire in alcun modo ai costi di apprendimento sostenuti dagli altri paesi.
L’inglese pigliatutto rende fino a 17 miliardi al Regno Unito ogni anno
(andreasmarx/flickr)La predominanza dell’inglese, dunque, permette al Regno Unito e all’Irlanda di ridurre considerevolmente le proprie spese per l’insegnamento delle lingue straniere, riuscendo in questo modo a risparmiare ingenti somme da reinvestire altrove. Si stima che questo risparmio, unito, fra le altre cose, alla somma dei profitti diretti dovuti alla vendita di prodotti legati dell’apprendimento dell’inglese, frutti al Regno Unito fra i 10 e i 17 miliardi di euro all’anno per la sola Europa. Inoltre, gli anglofoni nativi godono di tutti quei benefici non materiali che derivano dal poter usare la propria lingua materna in ogni situazione di dibattito e di conflitto che si svolge in inglese, sia che si tratti di una riunione senza interpreti alla Commissione europea o che si tratti di un congresso scientifico internazionale.
Quali misure di compensazione a favore dei paesi non anglofoni si potrebbero mettere in atto nell’immediato futuro? In primo luogo, si potrebbe intervenire sulla cosiddetta “correzione britannica”, vale a dire lo storno contabile a favore del Regno Unito che costa all’Unione circa cinque miliardi di euro all’anno. Questa somma potrebbe essere utilizzata per potenziare i servizi di traduzione e interpretazione dell’Unione europea o per sovvenzionare agenzie europee di revisione linguistica per i ricercatori non nativi che pubblicano in inglese. In secondo luogo, è stato anche proposto di intervenire sui diritti di proprietà intellettuale, per esempio, sui brevetti. I paesi non anglofoni dovrebbero rivendicare il diritto di accedere alla produzione intellettuale in lingua inglese pagando dei prezzi sensibilmente più bassi dei paesi anglofoni.
L’autore dell’articolo è mebro dell’Osservatorio “Economia, Lingue e Formazione” dell’Università di Ginevra e gestisce il blog Le politiche linguistiche.
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